lunedì 9 maggio 2011

la rivolta

Su La Civetta di maggio 2011, una mia presentazione dell'ottimo testo di Pierandrea Amato, La rivolta,
libro filosoficamente prezioso e attuale in modo straordinario.




Nel box qui sotto, un'anteprima del numero de La Civetta, basta un clic per vedere la versione ingrandita. Segue la mia recensione.



«Materia di queste pagine è la rivolta». In quella zona oscura che nemmeno si può immaginare come un luogo, in un anfratto prima del pensiero che dello spazio, sta la rivolta. Della quale, innanzitutto, ogni cosa si può dire tranne che stia; mai situata, contenuta, quando la rivolta sta è solo preannunciata, essa sta facendosi. Per questo, per questa sua de-localizzazione sempre sul punto di accadere, non la si può dire ma solo effettuare. «Non c’è in questo senso un pensiero della rivolta, ma esclusivamente atti rivoltanti».
Eppure queste pagine si fanno materia e fanno materia propria dei concetti attorno alla rivolta. Ma non per trattenerla, spiegarla, aprirla alla vista e darne una definizione. Per rivoltare, piuttosto, tutte queste attività, disattenderle proprio nel loro essere aspettative, tradire la fiducia di chi vuole imparare. Queste pagine, allora, il nostro voltarle e rivoltarle, la parola che scrivono, lo sguardo che le scontra, sono tutti rivoltanti.
Il rivoltante suscita rifiuto, è esso stesso un rifiuto, si genera da un rifiuto. E il suo rivoltarsi è l’opportunità politica che sola può proporsi di rifiutare il potere. A patto, però, di non proporselo affatto. Perché la rivolta non è rivoluzione: non è un fine ciò che essa persegue e non prova alcun affanno in direzione di una realizzazione. L’essere rivoltante non sa cosa vuole, tutt’al più avverte l’insopprimibile scoperta di ciò che non vuole più.
Ecco perché l’oppresso che si riconosce in una similitudine tra oppressi e organizza la propria identità nel rovesciamento dell’oppressione nulla ha a che vedere con l’essere rivoltante, bensì tutto ha del rivoluzionario, di chi sta già sempre instaurando il potere venturo e poco importa che lo desideri. «Il rivoltoso invece è tale unicamente nel lampo della rivolta».
Il lampo della banlieue, il gesto che sfregia uno spazio già privato di vita da altri, considerato inabitato in quanto reso inabitabile; la detonazione del sentimento di scomparsa e della sua impossibile accoglienza è, nello stesso tempo, il condensamento della molteplicità disgraziata intorno a quello stesso sentimento e distorce un istante del controllo, del destino già deciso per quei luoghi.
La rivolta non viene, non la si aspetta e non la si profetizza. Il profeta preconizza tramite il linguaggio ma del rivoltante non c’è linguaggio, solo turbamento; della parola, dell’ordine, della definizione (di un elemento verbale o di uno stato sociale). Forse non c’è niente di più indefinibile e più instancabilmente tendente al mutamento della rivolta e – proprio per queste virtù – niente di altrettanto intimamente umano.
Se la rivolta è violenza, e non lo è mai di per sé, non può che essere l’esplosione radiale del suo disattendere: imprevista e scagliata, rivolta la propria violenza addosso alla violenza sistematica, regolare, normale. «Per questa ragione non vagheggia e preannuncia alcuna violenza». E per questo il potere non può specchiarsi nella rivolta e riconoscervi il soggetto di scambio dialettico.
Non si tratta, infatti, di assumere la rivolta come strumento avverso a ogni potere e come metodo politico quanto, piuttosto, di affondare le mani, tutte le braccia, nella consapevolezza della catastrofe; nel disastro costante della libertà e dell’opportunità rivoluzionaria; e di farne l’occasione per lasciare affiorare l’essere rivoltante, la temporalità politica scardinata, l’evento.
Materia di queste pagine di Pierandrea Amato è, quindi, materia assai preziosa.

Pierandrea Amato
La rivolta
Cronopio
€ 10,00

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